La Storia di Riccarelli: due famiglie in moto perpetuo

 

C’è una grande macchina che vorrebbe realizzare il moto perpetuo, al centro del nuovo romanzo di Ugo Riccarelli, prova di piena e convincente maturità. È un intrico di ruote e contrappesi, di fili e snodi, al tempo stesso emblema e relitto d’un’ epoca di generose utopie. La fantasiosa complessità dei suoi meccanismi, conservati in una stanza di cascina per lo stupore dei posteri, è sembrata allo scrittore toscano la rappresentazione metaforica dei mille giunti che fanno la storia di una famiglia: la sua, o quella che potrebbe esserlo, nel secolo che va dal fallito sbarco di Pisacane a Sapri e dall’unità d’Italia (annunciata dall’arrivo di nuovi tracciati ferroviari) al secondo dopoguerra. Storia prima parallela e poi confluente di due famiglie che vivono in un paese appoggiato sulle colline di Toscana, non lontano dal mare, da cui è separato da un vasto lago acquitrinoso, il Padule, che sarà poi colmato dalla bonifica. La “vedova Bartoli” (sempre così chiamata dall’autore), che proprio con la ferrovia ha perso il marito, unisce il suo destino a quello di un Maestro elementare (anche lui non diversamente nominato), anarchico di fede indomita che arriva dal Sud. I loro figli si chiameranno Ideale, Mikhail (in omaggio a Bakunin). Libertà, Cafiero…. Padre e figli, tra attentati e repressioni feroci, pagheranno tutti un duro tributo di sangue all’intransigenza dei loro sogni. Di segno e colore opposto sono i Bertorelli, mercanti e imprenditori, alfieri della nuova borghesia rampante che sosterrà il fascismo. Portano tutti nomi desunti dai poemi omerici: Ulisse, Telemaco, Ettorre, e a seguire Paride, Ganimede, Oreste, Tebe, Anchise, Ecuba, Penelope… I figli di Ulisse, commerciante di maiali, sono per l’anagrafe Achille ed Elena, ma la loro madre, che vive rinchiusa in un suo gentile autismo di sognatrice mille miglia distante dal coniuge, li ha ribattezzati Sole e Annina. Sarà proprio l’Annina – vera Madre Coraggio che domina il romanzo- – ad innamorarsi del sovversivo Cafiero, aprendo un altro aspro capitolo di conflitti famigliari e umiliazioni. A decidere i destini di questa folla di personaggi, le tragedie della Grande Storia: epidemie (la spagnola), guerre (Adua, il primo conflitto mondiale, la Russia), violenze politiche (il fascismo, Salò), carcere, esilio. La Grande Storia è per Riccarelli, come già per Elsa Morante, il laboratorio osceno che usa gli innocenti come cavie per mostruosi esperimenti di cui non è dato sapere il senso. La difesa dell’umano è così affidata alle esistenze dei semplici, alle loro piccole storie. Alle donne, soprattutto: sono loro l’anello forte delle famiglie, concrete e fantasiose, pazienti e fedeli. E’ proprio la fedeltà una delle cifre del libro: fedeltà totale a se stessi, agli altri, alle proprie scelte, alle memorie, al dialogo serrato con chi non c’è più, eppure non è mai tanto presente come nei sogni. Di morantiano Riccarelli ha anche la capacità di trasfigurazione favolosa di una materia che altrimenti risulterebbe opprimente. Colpisce l’agio con cui si insedia nel cuore e nella mente dei suoi personaggi, e ne mima la visionarietà, traducendola in una florida vegetazione verbale, in immagini deheatamente pittoriche. Dei molti lampi poetici che danno il tono del libro, citerò l’episodio della giovane sposa che, sposata al mercante di maiali e avendo vaghe idee di quello che l’attende, paventa il peggio quando vede il marito prodigarle gentilezze, perché ricorda le interessate tenerezze che il padre riservava ai suoi maiali prima di scannarli. 0 quello di Sole che, tomato dall’Oriente dopo cinquant’ anni di vagabondaggi, viene pubblicamente lavato del sudiciume che lo ricopre, e in quella muore, perché le incrostazioni che l’acqua si porta via erano la sua stessa vita, la sua storia di uomo. Letteratura come storiografia, ma una letteratura che guarda ad un altro nume tutelare, il polacco Bruno Schulz, e ha i colori, i teneri incantamenti, i voli, di Chagall. Volano per davvero, i personaggi di Riccarelli: Cafiero infante, sbalzato dahe braccia della madre travolta dal treno, plana intatto su un nocciolo, e diventa da allora e per sempre Nocciolino. Tutto è insieme realistico e simbolico, un gioco circolare di ritorni ciclici, portenti, rispondenze. Molti dei personaggi hanno modo di speerimentare la “ferita bruciante di un dolore prefetto”: lampi di consapevolezza che tuttavia portano al loro interno come le consolazioni di una raggiunta maturità filosofica, di una contemplazione estetica. Cosicché l’effetto finale è quello, appunto morantiano, di un’ accettazione commossa della vita e dei suoi doni proprio attraverso le prove tremende che riserva. Il senso ultimo della famosa macchina del moto perpetuo, ragiona l’Annina, è proprio “la vogha di immaginarsi altro, di poter essere liberi di pensare, e parlare, e viaggiare, e amare quello che la ragione suggerirebbe di non amare”.